sabato 26 aprile 2014

IL PARRUCCHIERO

Comunque, da single la difficoltà di mantenere una solida rete sociale restava uno dei problemi centrali e, per non sentirmi solo, dovevo fare almeno otto - dieci telefonate al giorno per tenere i contatti.
Claudio sosteneva che ci mancava un luogo di incontro, mentre le donne avevano il parrucchiere. Una sera a cena, dopo la prima bottiglia di vino, mi spiegò la sua teoria, basata sul fatto che il parrucchiere era fondamentale per le donne, perché non era soltanto il posto dove curavano alcuni aspetti della loro bellezza, ma anche quello dove solidarizzavano tra loro, dove si spalleggiavano, dove venivano vezzeggiate, coccolate e supportate, dove trovavano ascolto, si sfogavano, programmavano, chiedevano consigli e dove si alleavano tra loro.
“Osmio,” disse Claudio infervorato, “ma sei mai stato a farti tagliare i capelli da un parrucchiere?”.
“Si, una volta sono andato da quello di mia sorella Patti, ma non mi sono trovato molto a mio agio e non ci sono più tornato. Ma è stato diversi anni fa”.
“Beh, devi tornarci! Quasi tutti ormai tagliano i capelli anche agli uomini e c’è molto da imparare. Prova a pensarci un attimo.... non mi dire che non ti sei mai accorto del tono di leggera euforia con cui tua moglie, la tua compagna o quello che è, il giorno prima ti dice - Tesoro, domani alle tre devo assolutamente andare dal parrucchiere! - E tu magari pensi - E chi se ne frega! Oppure - Chissà quanto mi costerà?-.  E fai uno sbaglio! Perché stai sottovalutando l’importanza che ha per loro
quell’appuntamento”.
Claudio era inarrestabile, io pensai che forse aveva vissuto il parrucchiere della moglie come una minaccia e ora voleva sfogarsi.
“E poi, anche se quasi sempre il parrucchiere è un uomo un po’ effeminato, il luogo comune che sia gay è una solenne stronzata”.
“Su questo sono d’accordo. Anche secondo me il parrucchiere è un paravento e, probabilmente, cucca molto più di altri. Però credo che debba per forza essere un po’ femminile, perché in quel luogo la donna è la sovrana assoluta. Quello è il regno dell’estrogeno, dove il testosterone è ammesso, ma a concentrazioni molto basse e a un livello appena percepibile”.
“E’ infatti!” riprese Claudio, “quale è la prima cosa che cogli quando entri per tagliarti i capelli da un parrucchiere? Te lo dico io… è lo stupore delle donne che ci sono. Ti guardano un attimo interrogative come se pensassero: - Che cavolo ci fa questo intruso qui dentro?-” .
“Beh, è comprensibile!” dissi io,  “In fondo, stai sorprendendo la donna in uno dei suoi momenti peggiori, con i capelli dritti in testa avvolti nel domopak, senza trucco o con una maschera per il viso verde…o con delle strane creme dai colori angosciosi alla radice dei capelli, mentre il resto della chioma và disordinatamente da tutte le parti.”
“Per fortuna lo stupore non dura molto.” Proseguì Claudio con l’aria di chi aveva capito tutto:  “Immagino che dopo qualche attimo le donne si dicano: - Dimenticavo, ogni tanto tagliano i capelli anche a quelli là! -.
Poi continuano a scrutarti con ironico distacco, ma sospettose, e si dicono - Ma guarda un po’ questo strambo  personaggio, è proprio ridicolo a venire qui!…. Ma ci vuole forse provocare?…..O viene a curiosare?
Fatti suoi, freghiamocene e ignoriamolo”.
“Claudio,” intervenni io ridendo, “ma sei sicuro che pensino esattamente queste cose?”.
“Se non esattamente queste, sicuramente qualcosa del genere. E, infatti, a quel punto ti trovi in una fase un po’ più difficile, perché ti senti a disagio, non sai più dove stare e dove guardare e, se non viene qualcuno a salvarti indicandoti la poltrona dove ti laveranno i capelli, dovrai uscire per fumarti una sigaretta o fingendo di dover fare una telefonata urgente e riservata”. Fece una pausa per riprendere fiato: “ Ogni tanto però ci sono alcune donne che ti guardano in modo più curioso, ma non si capisce bene il motivo.”.
“Non ingannarti, secondo me non stanno guardando se sei carino, sono nel loro territorio e ti stanno solo studiando un po’, come quando si è incuriositi da un animale di una specie diversa e inferiore. Forse le uniche persone da cui puoi aspettarti un appoggio sono le ragazze che lavorano lì. I pochi maschi che ci sono non possono permettersi di aiutarti: se lo facessero verrebbero sbranati immediatamente da una muta di donne infuriate e tradite”.
“In effetti, le ragazze che lavorano dal parrucchiere sono sempre gentili e ti guardano in modo diverso, direi con curiosità”.
“Si, ma anche in questo caso, non dipende dal fatto che hanno un interesse per te. Secondo me è che, non raramente, odiano le donne che rendono più belle, con cui sono costrette a essere sempre cortesi e pazienti, riempiendole di complimenti. Diciamo che solidarizzano con te in quel momento perché stai sfidando quelle stronze…che loro sono costrette a coccolare”.
“Hai ragione!” m’interruppe Claudio, colpito: “Noi maschi che abbiamo il coraggio di andare lì tranquilli a farci tagliare i capelli, come se andassimo dal barbiere, siamo un po’ la loro rivalsa, perché diamo fastidio alle donne che ci vivono come un intruso. E siccome loro non possono permettersi di essere sgarbate, in quel momento tifano per noi”.
“Comunque”, dissi tagliando corto, “le donne hanno ragione di essere gelose del loro parrucchiere. Quello è un luogo che hanno creato per loro, e l’uomo disturba tutte le attività che vengono svolte lì.” E conclusi: “Ma se inventassimo anche noi  un posto simile come lo chiameresti?”
“Boh… forse il parrucchiero, visto che parrucchiere per signori è veramente ridicolo!”.
“ Si, perché invece il parrucchiero è molto originale!”.

Ridendo cambiammo discorso. Ma continuai a pensare che la parità dei sessi aveva avuto anche alcune ricadute negative, come quella che dai parrucchieri ormai tagliano i capelli anche agli uomini.

giovedì 30 gennaio 2014

Natale! Meglio evitarlo!

UN MAGNIFICO NATALE

“Luminoso e tempestoso”


Catania quest’anno a Natale era magica, per strada c’erano poche macchine e in dieci minuti arrivavi ovunque (mai visto niente di simile in passato), i negozi erano vuoti e alle casse non c’era fila, il tempo era bello senza un alito di vento e il 24 al tramonto la luce era simile a quella di Dubai, ma, a parte la luce, nient’altro faceva somigliare Catania a Dubai in quei giorni. Consuelo aveva chiamato il fratello Pippo alle 14 dicendo che insieme a Salvo (l’altro fratello) avevano deciso di comprare un televisore a Teresa (la madre). “E che cavolo!” aveva risposto Pippo “Ma proprio il 24 pomeriggio vi doveva venire in mente! Ho anche mal di gola e ora devo andare io a comprare sto coso, che peraltro non costerà meno di 200 euro”. “No” aveva risposto Consuelo “l’idea è venuta a Salvo diversi giorni fa….” e Pippo, ancora più irritato “E perché minchia non lo avete comprato prima, visto che vivete a Catania e io sono arrivato l’altro ieri?”.
Appena Pippo arrivò  a casa di Teresa,  prima di andare al Centro commerciale, Teresa gli chiese se poteva comprare un dolce per la sera, perché Claudia la moglie di Pippo, che  ogni anno organizzava  il cenone familiare, le aveva chiesto di portare un dolce e lei voleva portare un Babà!! “Ma dove piffero te lo trovo il Babà il 24 pomeriggio?” aveva risposto indispettito Pippo “Va bè, se non lo trovi compra quello che vuoi……io non ho avuto la testa in questi giorni.” aveva ribadito Teresa. Pippo aveva chiamato Claudia per verificare che effettivamente la madre dovesse portare un dolce, e si era beccato una scaramattata di urlacci perché lei aveva 27/28 persone cena e, a parte quello che portava Salvo,  non c’erano altri dolci. Pippo era frastornato, non capiva come era finito in questo dissidio dolciario visto che era la madre che doveva comprarli e lui non ne sapeva niente, ma per il principio della responsabilità oggettiva il Babà ricadeva inevitabilmente su di lui.
Pippo non protestò sapeva che era fiato sprecato, e mentre con Consuelo andavano al centro commerciale Porta di Catania,  la ascoltava paziente mentre gli raccontava allarmata che aveva un continuo bruciore all’esofago e che era imparanoiata perché pensava di avere un tumore. Poi commentò: “Probabilmente sarà il 324° tumore o la 425° malattia mortale che hai sospettato di avere nella vita, quindi perché preoccuparsi, te la sei cavata sempre!!” Comprare il televisore da Saturn fu molto semplice c’erano 400 televisori accessi e non più di 7 o 8 clienti, anche se Consuelo rischiò una crisi agorafobica in quel luogo troppo grande e affollato.
Poi fu la volta del dolce.
Consuelo decise che era meglio che Pippo non andasse in centro perché avrebbe incontrato troppo traffico e lo portò a S. Cristoforo nella “civita” alla famosa pasticceria Lanzafame. Per chi non lo conoscesse S.Cristoforo e il quartiere più popolare di Catania, un territorio che esce dalla giurisdizione normale con leggi proprie non scritte di cui sono sovrani i Boss locali, un po’ come la più nota Scampia a Napoli. Anche il codice stradale è sui generis e guidare in via Plebiscito (la via centrale del quartiere) il 24 pomeriggio alle 18 è un’esperienza mistica, nel senso che tutto sembra andare avanti per miracolo!! Si procedeva tra botti e mortaretti che ti facevano “saltare l’anima”,  decine di motorini ti sfrecciavano da tutte le parti facendo le manovre più imprevedibili, il casco era un’optional che non usava nessuno. Dopo 200 metri il misticismo si rivelò pienamente, e ti sembrava “un miracolo” che nessuno ti avesse preso o che tu non ne avessi investito neanche uno, compresi due bambini dodicenni o meno con micromotorini che di legale avevano ben poco, che erano apparsi all’improvviso contromano. Le macchine parcheggiavano ovunque, passare era uno slalom che assomigliava a una danza motorizzata in cui l’imperativo era non fermarsi mai e passarci…..comunque! E miracolosamente ci si passava quasi sempre!! Insomma, Pippo e Consuelo comprarono 1 kg. di cannolini metà di ricotta e metà al cioccolato, e non ci fu neanche un incidente!! Tenete conto che se ci fosse un incidente non sono così certo che avere l’assicurazione sia sufficiente a tutelarvi.
La cena fu come al solito maestosa, e alla faccia della spending review i bambini anche quell’anno ricevettero un sacco di regali ed erano molto felici. Teresa ricevette il suo televisore 100 Hertz Full HD, ma probabilmente non capì di cosa si trattava perché il giorno dopo a pranzo non sapeva (o non ricordava?) che le era stato regalato un televisore!! Alla fine molto del cibo servito rimase compresi i cannolini e una discreta quantità di profitterolles, anche perché di dolci ne arrivarono in tavola quattro e, avendo tutti stramangiato, il dolce nella panza non c’entrava più.
Il pranzo di Natale, invece, si svolse a casa di Teresa, non il giorno di Natale ma quello di S.Stefano perché Salvo con la sua famiglia per Natale era impegnato altrove. Nonostante il depauperamento neuronale Teresa riusciva ancora a cucinare discretamente , anche se durante il pranzo si fece prendere dall’ansia e venne esautorata dal compito di servire. L’unico neo fu il dolce composto da un piccolo panettone rigorosamente biologico, comprato ovviamente da Consuelo, che era una vera porcheria, aveva la consistenza del polistirolo e sapeva vagamente di truciolato.
Dopo pranzo il televisore 100 hertz full HD venne montato e programmato con la sapiente regia del figlio più grande di Salvo, e la parte familiare delle feste di Natale finì lì. Non finirono lì le seccature per cui dopo 4 giorni che Pippo era a Catania avrebbe voluto essere teletrasportato a casa sua immediatamente.



giovedì 21 novembre 2013

FINALMENTE NATALE! Perché non regalarsi Un uovo strapazzato?

Il Natale rappresentava uno degli incontri “portuali” di maggiore rilievo e nonostante i continui appelli di Teresa che ribadiva il principio irrinunciabile “Dobbiamo volerci bene e aiutarci”, le bordate partivano da tutte le parti.
Anche Santina, la nostra nonna materna, tra un rumoroso risucchio della minestra e un altro, dovuti secondo lei alle dentiere difettose, una volta era stata coinvolta nella disputa. Ma lei non era abituata ai ritmi naturali della famiglia, e andò k.o. quasi subito. Mentre Camilla litigava con mia madre, la nonna osò intervenire. Mia sorella, senza alcun rispetto per la saggezza della terza età, si voltò verso di lei e le disse: “Tu stai zitta, pensa piuttosto a non lasciare quelle schifose dentiere dappertutto, perché un giorno o l’altro le butto nel water (in realtà disse cesso) e tiro la catena”.
Questo provocò l’uscita di scena della nonna, che si alzò da tavola e andò a chiudersi nella sua stanza a piangere.
Io ero particolarmente depresso e rabbioso in quel periodo, sentivo che la relazione con Beatrice stava sciogliendosi come un iceberg al largo della Patagonia, e quindi utilizzavo il Natale per sfogare con la famiglia il mio malumore.
Con un leggero mal di testa di fondo, tra un dolore al fianco destro e un sospetto borbottio intestinale, lanciavo continue provocazioni, sentendomi nello stesso tempo in colpa con i miei genitori.
“Volete spiegarmi perché continuiamo a fare queste pallosissime cene di Natale, dove nessuno ha voglia di partecipare?”.
“Osmio ha ragione” sostenne Camilla, “l’anno prossimo aboliamola, così eviteremo di massacrarci a vicenda  e sarà meglio per tutti”.
E Teresa, quasi in lacrime: “Patti, per favore, vai a chiamare tua nonna. E voi due smettetela di dire queste assurdità. Il Natale è una bellissima festa, è la nascita di Gesù e và rispettata”.
“Si, col piffero…”, ribadii io, “finché eravamo bambini poteva avere un senso, ma ormai è diventato solo un inutile rituale”. E continuai su questo piano senza risparmiare niente e nessuno.
Poi arrivò il momento dei regali. Mia madre, con l’equità che la caratterizzava, regalò un giaccone di montone a Patti, un ombrello (oggetto che non usavo mai) a me, un portacravatte per l’armadio a Mario e una cintura di cotone a Camilla, suscitando un vero vespaio.
Mario la prese con sarcasmo: “Teresa, che meraviglioso regalo! Quanto lo hai pagato questo portacravatte? 500.000 mila lire, come il montone di Patti? E si, sarà costato caro… è doppio, e può contenere ben due file di cravatte!”.
“Guardate che il montone a Patti lo dovevo comprare comunque, ed è solo un caso che glielo dia per Natale” si difese mia madre.
“Si, come no”, intervenne Camilla lanciando la sua cintura nel cestino della carta, “la prossima volta risparmiati i soldi del mio regalo, è meglio!”.
Io nel frattempo avevo aperto l’ombrello e cantavo e ballavo “Singing in the Rain” in salotto, suscitando le preoccupazioni di Teresa e Filippo che erano piuttosto superstiziosi.
“Osmio, smettila e chiudi quell’ombrello! Lo sai che porta male aprirlo in casa”.
Facendo finta di non aver sentito, evitai di rispondere, tanto era tempo perso.

mercoledì 2 ottobre 2013

Cosa succederà a Maria? Suggeritemi qualcosa.

La Baronessa Mollìca  

La tela dell’ape regina



Maria Mollìca non era nata baronessa, il padre era un ingegnere del Comune, e, avendo molto tempo libero, insieme alla moglie e alla figlia avevano coltivato nel corso del tempo diversi “buoni” rapporti per entrare nei salotti nobiliari. Come primo passo però, avevano spostato l’accento del cognome sulla o, e alla fine erano riusciti a far diventare la figlia baronessa dandola in sposa al Barone Codispoti che, ancorché nullatenente, il titolo lo aveva mantenuto.
Bisogna ammettere che il merito dell’operazione era stato in gran parte di Maria, la quale aveva una sua intelligenza particolare in questo campo, mentre in altri non eccelleva troppo. Maria era abbastanza carina ma non era una bellezza, appariva sempre un po’ persa nel suo mondo personale, e spesso sembrava  non fosse in contatto con ciò che le stava intorno. Ma era un’impressione assolutamente errata, Maria vedeva benissimo tutto, ma la maggior parte delle cose che osservava non suscitavano il suo interesse, per cui si manteneva presente ma vagava con la mente tra i suoi sogni.
Tornava alla realtà quando lavorava, o se nei dintorni c’era un uomo che fosse papabile per essere colui che l’avrebbe tolta dal difficile ruolo di zitella senza titoli, e un nobile era sicuramente meglio di un uomo ricco. Maria non aspirava a essere ricca, e si può riconoscere che non era annoverabile tra le donne rapaci, tra le altre cose lavorava stabilmente in uno studio di Ingegneri amici del padre, che visto il suo impegno la consideravano ormai indispensabile e la pagavano bene, ma voleva un titolo con cui poter guardare dall’alto in basso le sue amiche e gli altri in genere che l’avevano sempre considerata la figlia di un impiegato del comune. D’altra parte il Padre, in tempi in cui ciò era ancora possibile farlo, si era costruito una solida posizione economica anche se non tutto ciò che aveva fatto era perfettamente adamantino, ma chi non lo aveva fatto in quei tempi in cui lo stato e le sue istituzioni erano considerati come delle nonne indulgenti sempre disponibili a concedere tutto ai figli e ai nipoti. Maria in presenza del nobile di turno tornava nella realtà e si trasformava, diventava civettuola e sorridente, riusciva a usare il suo corpo e il suo sguardo in modo estremamente seducente, avvicinandosi teneramente e in modo esclusivo al nobile di turno, per poi sottrarsi lievemente con pudicizia. Insomma, il nobile dopo qualche ora di questo va e vieni, non aveva alcun altro desiderio nella vita se non quello di portarsi a letto Maria. Maria non era una conquista facilissima, ma neanche troppo difficile per chi avesse i requisiti richiesti, non era stata a letto con molti uomini in tutto sino ad allora che aveva 27 anni era stata al massimo con 4-5 uomini, subendo in due casi anche un trattamento poco delicato dal nobiluomo sazio che l’aveva mollata subito. Era una falsità ciò che si diceva in giro di lei, cioè che fosse una che andava con tutti, anzi era proprio il contrario.

Altro singolare aspetto di Maria era che in realtà il sesso non le interessava più di tanto, era disinibita ma non si divertiva granché, ma quando lo faceva metteva un notevole impegno nel renderlo trascinante e avvolgente per l’uomo con cui stava, e smetteva soltanto quando il compagno aveva realizzato le sue fantasie e si sentiva soddisfatto e spompato. 

domenica 25 agosto 2013

La zia Maria - (dal prossimo romanzo)!

Pietro questa volta fu tra i primi ad arrivare, dopo aver suonato il campanello Pepi, il volpino di sua zia Maria, cominciò ad abbaiare istericamente. Oltrepassata la soglia della porta gli andò sotto minacciando di azzannare quello che era a portata di dentatura (le scarpe o al massimo l’orlo dei pantaloni), e quando cercava di avvicinarsi per accarezzarlo si spostava di un metro continuando a digrignare i denti. Pepi era il guardiano della casa di Maria, lui faceva esattamente quello che avrebbe fatto la padrona se fosse stata un cane. Maria, invece, lasciato a Pepi il ruolo di digrignare i denti, si comportava sempre più platealmente come se non vedesse più nulla. Nessuno aveva ancora capito cosa vedesse realmente, perché a volte inquadrava particolari che sfuggivano a tutti, altre volte andava incontro a chi entrava e gli toccava la faccia per capire chi avesse di fronte, come se i particolari tattili del viso le permettessero di capire chi fosse in modo più preciso della voce. Maria aveva appena pubblicato a sue spese un libro di poesie, ne prese una copia ci scrisse sopra una dedica e la diede a Pietro. Il titolo era “ Amore per Amore” che non spiccava per fantasia, era ridondante, oltre che completamente fuori luogo. Maria, infatti, dall’alto del suo enorme egoismo, era improbabile che avesse realmente amato qualcosa o qualcuno. Nella prefazione, scritta da una sua amica, c’erano alcune note sull’autrice, in cui si diceva che ciò che la muoveva  erano la malinconia e la follia. Pietro conoscendo la zia Maria aveva pensato che ciò che la aveva spinta nella vita era stata soprattutto la follia, perché la malinconia la faceva venire a chi le stava accanto. Dopo avergli consegnato la copia con dedica personale, gli disse che il volume non lo aveva voluto distribuire, e che aveva comprato lei tutte le copie. Pietro la guardò interrogativo cercando di capire se credesse veramente che lui non sapeva che chiunque può pubblicare qualcosa se paga le spese, come aveva fatto lei. Non c’era nulla di male a pagarsi la pubblicazione di un libro, ma vantarsi di aver deciso di non farlo distribuire era decisamente insostenibile, per quale motivo avrebbe dovuto impedire a un editore di farla diventare ricca e famosa? Comunque Maria, visto che quella pubblicazione era costata, aveva deciso di provare a recuperare qualche spicciolo, e aveva detto a Pietro che se lui o qualche amico voleva regalare delle copie del suo libro potevano comprarle da lei. Certo dopo averlo letto e se gli piaceva! Pietro la guardava esterrefatto,  pensando che sicuramente quel libro sarebbe diventato il suo regalo preferito.
Prima di entrare in casa Lucia aveva passato di nascosto a Pietro e Benedetta una piccola e striminzita piantina di giacinto, che dovevano regalare alla zia Maria. Perché volesse proprio un giacinto con tre rami non si sapeva, ma dopo averlo toccato per capire cosa era, Maria disse che lo desiderava tanto perché le ricordava la sua giovinezza. Per fortuna non lo vedeva, perché il giacinto che Lucia aveva comprato faceva veramente schifo, sembrava un cactus rachitico senza spine e non faceva venire in mente una giovinezza carica di meravigliose prospettive.
Mentre si scambiavano gli immancabili auguri di buon anno e si auguravano ogni bene per l’anno nuovo, Santo continuava a stare attaccato al suo computer portatile dove stava finendo una partita dell’ultimo video gioco che aveva scaricato. Era un giochino intitolato “World combact in the sky”, dove lui con le sue postazioni mobili cercava di abbattere degli aerei futuristici che sganciavano bombe luminescenti, mentre altri Big Gim apparivano da dietro gli angoli e cercavano di farlo secco. Santo era discretamente sordo da alcuni anni, ma rifiutava di utilizzare una protesi perché preferiva non sentire quello che dicevano le persone intorno a lui. A tratti, quando non voleva partecipare per niente, fingeva di essere più sordo di quanto fosse per potersi isolare completamente. Probabilmente era diventato sordo perché era stufo di sentire le continue stupidaggini della moglie e Maria era in parte cieca perché non aveva voglia di vederselo attorno più di tanto. In quel momento Santo era molto assorto e impegnato a sopravvivere, mentre inspirava l’ossigeno dalla bombola portatile che lo accompagnava da alcuni anni.

lunedì 12 agosto 2013

IL BRILLANTE SCOMPARSO. (Un noir familiare. Che ripropongo). Per leggere l'anteprima http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/904346/Un_uovo_strapazzato#!

Intanto erano cominciati i preparativi per il matrimonio di mio fratello Mario, e io scesi in Sicilia una settimana prima per dare una mano. La nostra casa al mare, dove si sarebbe svolta la festa, venne sistemata e il giardino abbellito. Devo ammettere che era molto carina e c'era una splendida vista.
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I preparativi per il matrimonio procedevano febbrilmente quando accadde un fatto imprevisto.
Cinque giorni prima del matrimonio il brillante destinato a Claudia sparì misteriosamente.
Teresa diceva di averlo avvolto nella carta stagnola, messo in una busta di carta chiusa con lo scotch, e nascosto in una scatola dell'elettricità, cioè in una di quelle scatolette che si trovano murate nelle parte alta delle pareti di casa, che servono ad accedere ai diversi settori dell'impianto elettrico. Questa scatola si trovava all’ingresso del salone, ma quella mattina quando l’aveva aperta, il brillante non c'era più. Teresa diceva di aver trovato la busta vuota con dentro una strana polverina simile a cenere.
Questo evento gettò tutti nello sgomento: Teresa come prima spiegazione aveva ipotizzato che una corrente elettrica anomala avesse colpito il brillante e lo avesse polverizzato!
“Non diciamo fesserie” sostenni io, “i brillanti sono pietre durissime, credo che neanche la scarica di un fulmine riuscirebbe a polverizzarli. Pensiamo, invece, a chi potrebbe averlo rubato, e vista l'entità della cosa mi sembra sia il caso di denunciare il furto”.
La squadra investigativa caoticamente comandata da Teresa aveva passato al setaccio tutte le possibilità. Si era pensato a un ladro proveniente dall’esterno, ma non c’erano state effrazioni di porte o finestre, e questa possibilità era rimasta sospesa e senza prove.
Poi erano state indagate le persone di servizio che avevano accesso alla casa, cioè quelle nostre e quelle dei miei zii che abitavano accanto a noi, perché potevano aver visto Teresa nascondere il brillante nella scatola.
Carmelina, la nostra donna di servizio venne esclusa dopo un acceso dibattito, lavorava da noi da molti anni, era affidabile, e, nonostante tutto quello che Teresa le faceva passare, voleva un gran bene a mia madre. Ma non furono queste le motivazioni principali che portarono alla sua esclusione. Infatti, Carmelina stazzava 106 chili per 1 metro e 52, aveva grossi seni che sembrava potessero sbilanciarla in avanti se non manteneva in asse il baricentro, non era molto agile e non saliva più di due gradini di una scala per il timore di cadere. Poiché, per arrivare alla scatola dell’elettricità e svitarla bisognava salire in cima alla scala dubitavamo fortemente che Carmelina si fosse lanciata in un’impresa così acrobatica.
Toccò poi ai due ragazzi dello Sri Lanka che lavoravano da mia zia da diversi anni. Erano sposati e molto grati a mia zia, che gli dava la possibilità di lavorare e vivere insieme da lei. Lui era venuto ogni tanto da noi a chiedere o portare qualcosa ed era possibile che avesse visto mia madre nascondere il brillante. Qualcuno aveva anche ipotizzato che dal terrazzo della casa dei miei zii potessero aver visto mia madre salire sulla scala. Mia zia gli chiese qualcosa in proposito, ma non ebbe il coraggio di andare oltre: si fidava troppo di loro.
Intanto il fatto venne denunciato ai Carabinieri, che promisero di venire a fare dei rilievi che non fecero mai, asserendo che sicuramente si trattava delle persone di servizio.
Venne preso in considerazione anche Alfio, il giardiniere settantenne che era curvo a 60 gradi e lavorava per mio Padre da almeno trentacinque anni. Ma nessuno riusciva a immaginare quel mite anziano curvo e nodoso nelle vesti di un astuto ladro.
Insomma, con il personale di servizio non si arrivò da nessuna parte, e tornò in ballo l'ipotesi della polverizzazione. Teresa chiamò per telefono il Signor Pulvirenti, il gioielliere di famiglia, gli spiegò l’accaduto e poi gli chiese: “ Secondo lei, è possibile che con una forte corrente elettrica il brillante si sia polverizzato?”
Il Signor Pulvirenti che, oltre a essere un esperto di pietre, era anche un profondo conoscitore delle vita delle famiglie siciliane, dopo una breve pausa chiese a Teresa: “Signora, mi scusi, ma lei questo brillante da quanto tempo ce l’ha?”.
Mia madre, pur perplessa per la domanda, rispose: “Beh, quanto sarà? Quasi trent’anni.”
Con la sottile ironia caratteristica di alcuni siciliani, il Signor Pulvirenti aggiunse: “E allora, Signora Teresa, se per quasi trent’anni non è successo niente, perché si sarebbe dovuto polverizzare proprio adesso che lo doveva dare a sua nuora?”.
Teresa non mise al corrente la squadra investigativa del contenuto della telefonata, ma genericamente spiegò che il Signor Pulvirenti escludeva la teoria della polverizzazione.
Poi vennero considerate ipotesi molto più inquietanti. Si pensò a Patti o a Camilla, ma furono subito scartate: avevano altro per la testa che rubare brillanti, in altri termini non avevano alcun movente. Ipotizzo che in mia assenza sia stato indagato anche io, ma se così fu non ne seppi mai nulla, quindi non vi saprei dire i motivi per cui fui scartato.
Infine, venne sospettato lo stesso Mario, che forse aveva bisogno di soldi per il matrimonio.
“Ma cosa cavolo dite?!” intervenni io stupito, “Ma vi sembra ragionevole che Mario rubi qualcosa che tra qualche giorno sarà sua, e che ha piacere di regalare a sua moglie? Ma siete fuori di testa?” .
Mario era imbufalito, non partecipava ai lavori del team investigativo e per fortuna nessuno gli disse che anche lui era stato per brevissimo tempo un sospetto. In quei giorni parlava poco e guardava torvo Teresa, che peraltro era stata accuratamente esclusa dalla lista degli indagati per evitare che si generasse una crisi familiare irreversibile.
Dopo due giorni di inutili investigazioni, Filippo andò in città e comprò un nuovo brillante per Claudia, che venne montato a tempo di record perché fosse pronto il giorno del matrimonio. Filippo non avrebbe potuto tollerare di non regalare il brillante alla prima nuora, e se ci fosse stato bisogno avrebbe ipotecato la casa per comprarne un altro.

L'episodio venne temporaneamente chiuso per evitare che turbasse l'atmosfera della festa, ma il mistero del brillante, che era riuscito a salvarsi dalle frese che lo avrebbero tagliato in due ma non dalla polverizzazione elettrica, rimase irrisolto, alimentando le già numerose e intricate storie familiari. 

giovedì 1 agosto 2013

LE DONNE E IL SESSO! (Vado in vacanza...a presto)

Dopo la conclusione della relazione con Beatrice, ci vollero almeno sei - otto mesi per recuperare un io sufficientemente solido, e riaffrontare il sesso con altre donne. Consideravo il sesso come una bizzarra attività relazionale, che comportava spesso posture grottesche, e non trovavo una spiegazione valida al fatto che questa attività fisica venisse così sopravvalutata dalle persone. Certo, l’eccitamento e la scarica di questo è piacevole, ma in fondo dura poco e spesso non è neppure così soddisfacente. Riuscire a vivere piacevolmente un rapporto così intimo, soprattutto all’inizio, non è per niente facile. Se non fosse per un insieme di altri aspetti psico-emotivi correlati alla sessualità, direi che non è molto più piacevole che segnare un gol alla squadra avversaria, o catturare un bel pesce durante una battuta di pesca subacquea.
Con Beatrice il sesso aveva una fisicità limitata e non aveva uno spazio proprio: era un’appendice della relazione di coppia e funzionava in stretto rapporto con essa.
Dopo di lei non riuscivo facilmente a immaginare la possibilità che una donna si interessasse a me, e, più in particolare, che fosse fisicamente attratta.
Ma, una volta rotto il ghiaccio, mi ritrovai con due fidanzate in contemporanea. Una era “la minorenne”, nel senso che era decisamente più giovane di me, e la vedevo in genere il pomeriggio, mentre con “la maggiorenne” stavamo insieme ogni tanto la sera.
Non furono dei rapporti “torridi”, anche per il fatto che loro erano più problematiche di me, e i rapporti dei sensi furono fugaci e sporadici. La minorenne viveva il sesso come qualcosa che bisognava scoprire con cautela e attenzione, un po’ come quando si fa l’autopalpazione del seno per vedere se c’è qualcosa di pericoloso.  Mentre la maggiorenne andava benissimo nei preliminari, ma appena andavi oltre, le scappava di andare in bagno, e con questa fuga precipitosa in genere finivano i cosiddetti “rapporti sessuali”.

Poi cominciai a frequentare Doriana, una mia collega di Biologia che amava stuzzicare il genere maschile, ma che nei fatti concedeva molto poco. Aveva bisogno di essere amata, ma, come molti, era spaventata dalle quasi certe delusioni dell’amore. Dopo qualche bacio in macchina, di quelli che durano ore con scontri di incisivi e grandi lavaggi del collo e delle orecchie, una sera, finalmente, accettò di salire a casa mia. Dopo aver abbreviato al minimo accettabile i preliminari, ero passato decisamente alle fasi avanzate. Lei si comportava in maniera veramente singolare: dopo pochi secondi, ansimando un “noo…., noo”, mi sgusciava da sotto e si allontanava di un metro o due strisciando sulla moquette. Io colmavo carponi la distanza e si riprendeva, ma solo per qualche attimo..perchè sgusciava via di nuovo, e si ricominciava. Devo dire che dal punto di vista dell’eccitamento era fantastico, era come riconquistarla ogni volta, mentre dal punto di vista fisico era piuttosto impegnativo per le ginocchia e per le braccia. Nel giro di mezz’ora avevamo percorso strisciando tutto il soggiorno e la stanza da letto. Il bagno lo evitammo perché fummo bloccati dalla porta a soffietto. Alla fine, avendo imboccato il corridoio dell’ingresso che finiva con la porta d’entrata, la cosa si concluse lì, visto che non c’erano altre vie di sguscio. Se la porta fosse stata aperta probabilmente saremmo arrivati in portineria.